Come si vive in Italia? IX Rapporto Quars, Indice di Rapporto Qualità e Sviluppo – La qualità sociale e ambientale regione per regione

Questo IX Rapporto Quars rappresenta la più recente evoluzione di un lavoro che Sbilanciamoci! (fonte) ha avviato nel 2003, indirizzato a fotografare con cadenza annuale la qualità della vita e dello sviluppo nelle regioni italiane a partire dalla misurazione (attraverso l’utilizzo di 41 indicatori), delle più importanti dimensioni – dall’ambiente al lavoro, dalle pari opportunità alla partecipazione, dalla salute alla cultura – del benessere e del progresso. Un lavoro che ha visto Sbilanciamoci! affrontare anche approfondimenti specifici (con indagini ad hoc) su realtà locali come la Provincia di Roma e la Provincia di Trento, la Regione Lazio e la Regione Piemonte.

Alla base degli studi del Quars vi è la convinzione che la correlazione tra ricchezza economica, da un lato, e benessere sociale e sostenibilità ambientale, dall’altro, non sia affatto scontata e che sia invece urgente e necessario un approccio scientifico e culturale diverso per misurare la qualità  dello sviluppo nelle nostre regioni. Il Rapporto di quest’anno, come quelli dell’ultimo triennio, registra in una certa misura le difficoltà che la crisi economica, con l’ingente taglio dei trasferimenti, ha riversato sugli enti locali. Le riduzioni alla finanza locale hanno significato meno investimenti, meno servizi, meno prestazioni per i cittadini, e tutto ciò ha indubbiamente pesato sul benessere delle comunità locali. È in questo contesto che si colloca la riflessione – e le prime sperimentazioni degli enti locali – sul ruolo degli indicatori di benessere sia per misurare il progresso della società, sia per  orientare le politiche pubbliche.

Non a caso, a partire dalla metà del primo decennio del duemila, il dibattito sulle alternative al Pil e sull’opportunità di trovare misure condivise di benessere ha subito una fortissima accelerazione. La discussione sugli indicatori di benessere, in realtà, si può far risalire agli anni ’60, ma solo recentemente ha iniziato a occupare spazi via via più importanti e decisivi nel dibattito politico ed economico.

Se una forte spinta propulsiva è stata impressa dalle organizzazioni della  società civile e in particolare, in Italia, da Sbilanciamoci! (proprio grazie al lavoro del Quars, oltre che all’iniziativa “Benessere e sostenibilità” del 2009), il recente successo è legato alle iniziative di importanti istituzioni europee e  internazionali, nonché di singoli governi nazionali. Tra le più importanti: il Global Project “Measuring the Progress of Societies” dell’Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico), che nel 2011 ha lanciato il Better Life Index; la conferenza Beyond Gdp del 2007 presso il Parlamento Europeo; la commissione Stiglitz-Sen-Fitoussi “Measurement of Economic Performance and Social Progress”, composta da cinque premi Nobel e promossa dal Presidente francese Sarkozy; la comunicazione della Commissione Europea dell’agosto 2009 in cui vengono illustrati cinque interventi chiave per integrare gli indicatori di progresso nei sistemi ufficiali di statistiche utilizzati nei processi decisionali della politica; la revisione nel 2010 dell’ormai ventenne Isu, l’indicatore di sviluppo umano dell’Undp. E oggi il dibattito si è ulteriormente allargato e approfondito, dal G20 al Primo ministro inglese Cameron, dall’Aspen Institute al Presidente degli Stati Uniti Obama.

Il “successo” degli indicatori di benessere è legato non soltanto all’evoluzione del dibattito scientifico o all’iniziativa della società civile e delle istituzioni internazionali: il dibattito sulla necessità di cambiare il nostro modello di sviluppo e i parametri volti a misurarne i progressi si è accelerato anche a causa della crisi economica che stiamo vivendo. Come ha recentemente sottolineato il presidente dell’Istat nella sua audizione presso la Commissione bilancio, tesoro e programmazione della Camera dei deputati, “la crisi economica ha accentuato il bisogno di trovare nuove metriche per la valutazione delle condizioni delle nostre collettività e dare obiettivi realistici, in grado di conseguire il benessere complessivo di un paese”. Di fronte a un sistema sempre più insostenibile dal punto di vista economico (le continue crisi finanziarie, la dipendenza dalla volatilità dei mercati), sociale (con la crisi che colpisce soprattutto le categorie più deboli, giovani, donne, precari, immigrati, lavoratori a basso reddito) e ambientale (gli effetti dei cambiamenti climatici sono sotto gli occhi di tutti), emergono con chiarezza i limiti di politiche indirizzate esclusivamente alla crescita economica. Aggiustare il tiro vuol dire definire nuovi obiettivi e nuovi indicatori che ci dicano dove stiamo andando, significa ridefinire obiettivi e volontà e far sì che siano condivise.

In questa scia, nel 2011, è stato avviato dal Cnel e dall’Istat un “Comitato di indirizzo dell’iniziativa interistituzionale sugli indicatori di benessere” (con la partecipazione di organizzazioni della società civile tra cui Sbilanciamoci!, il Forum del Terzo Settore, Wwf e Legambiente) che ha proposto dimensioni e ambiti del benessere su cui una commissione scientifica dell’Istat ha poi individuato gli indicatori di appropriata qualità statistica.

L’intero processo si è concluso nel mese di marzo 2012 con la convocazione di una sessione congiunta del comitato interistituzionale e della commissione scientifica, in cui sono state definitivamente selezionate le dodici dimensioni del benessere e i relativi indicatori statistici. Questo lavoro ha  dimostrato come si possano impiegare competenze qualificate per definire il bacino d’informazione statistica da cui attingere e quanto sia importante l’autorevolezza e la legittimità di un organo consultivo di rango costituzionale nella scelta e nella decisione su cosa debba essere incluso e cosa invece escluso nell’idea di benessere in Italia.

Dopo la conclusione di questi lavori, tuttavia, servirà un impegno certo e preciso da parte delle istituzioni affinché le politiche, guidate da indicatori diversi, si prefiggano obiettivi diversi. L’iniziativa congiunta Istat-Cnel muove dalla convinzione – giusta e condivisibile – che una migliore articolazione e legittimazione degli indicatori di progresso, rappresenti lo strumento in grado di veicolare il cambiamento delle politiche economiche e sociali su scala nazionale. In questo senso, è senza dubbio importante il dibattito metodologico, così come il confronto aperto per la definizione delle priorità; ma, se possibile, è ancora più importante che sia favorito il passaggio da  una discussione di natura tecnica a un’azione politico-culturale capace di incidere effettivamente sulle scelte istituzionali, normative ed economiche.

Si tratta con ogni evidenza di questioni cruciali, che richiedono idee chiare sull’orizzonte di riferimento e sul progetto sociale e politico, idee in grado di indicare le priorità. In tal senso, è necessario ribadire che il Pil riflette un certo modello di produzione, e solo cambiando questo modello (produttivistico, quantitativo, energivoro, consumistico) nuovi indicatori  potranno affermarsi, sostituendosi ad esso. Serve pertanto un nuovo paradigma che ci dica se preferiamo più posti di lavoro, e di quale tipo, o più tutela del paesaggio, più servizi o meno tasse, più stato o più mercato; che ci indichi le innovazioni e le produzioni su cui investire e come affrontare il  tema dei beni pubblici o la crescente finanziarizzazione dell’economia.

È necessario accompagnare – come ha sempre fatto la campagna Sbilanciamoci! – le iniziative per cambiare, qui e ora, le politiche economiche e l’uso della spesa pubblica con l’impegno indirizzato a modificare radicalmente questo modello di sviluppo, il cosa e come produrre e consumare. Un’economia fondata sulla sostenibilità ambientale, la qualità e l’equità sociale, la conoscenza e la sobrietà, prospetta una nuova idea del benessere in cui si trovino al centro i beni comuni, i diritti, le relazioni e la coesione sociale, la tutela dell’ambiente. È questo il paradigma di un’economia diversa e di un nuovo modello di sviluppo, ed è questa una sfida per le istituzioni e le politiche pubbliche: gli indicatori di benessere, per Sbilanciamoci!, non sono mai stati soltanto un tema di dibattito scientifico e culturale, ma hanno rappresentato soprattutto un modo per orientare le politiche pubbliche e le scelte  istituzionali. Si tratta di una partita che dobbiamo vincere, se vogliamo costruire un’“Italia capace di futuro”.

Abstract:

Le dimensioni che definiscono il benessere sostenibile e misurano lo sviluppo di qualità secondo il Quars sono Ambiente, Economia e lavoro, Istruzione e cultura, Diritti e cittadinanza, Pari opportunità, Salute, Partecipazione: dalla media semplice di questi sette macroindicatori si ottiene la classifica finale.
Guardando la classifica, si possono distinguere nelle prime posizioni le regioni del Nord (dove alcune regioni come Liguria e Lombardia evidenziano comunque difficoltà e lacune) e del Centro, mentre nella parte bassa seguono le regioni del Mezzogiorno. Quest’anno la soglia dei valori positivi del Quars è al livello della dodicesima posizione occupata dal Lazio. Al di sotto di questa posizione si susseguono le regioni che ottengono risultati inferiori alla media. Questa soglia, ancora una volta, torna a marcare l’evidente divario tra le regioni settentrionali e quelle meridionali.
Tuttavia continua l’andamento positivo delle regioni centrali: se Lazio e Abruzzo continuano nel loro ruolo di cuscinetto fra le due Italie, ottenendo punteggi prossimi alla media, è evidente come l’Umbria, guadagnando ben tre posizioni rispetto al 2010, ha compiuto un notevole progresso verso la qualità del benessere, raggiungendo il podio della classifica con un punteggio superiore a quello della Valle d’Aosta, a pari merito con la Toscana. Le piccole regioni, quindi, sembrano essere quelle in cui le diverse dimensioni del benessere vanno in direzione della sostenibilità.
Anche quest’anno il Trentino-Alto Adige si conferma in prima posizione nella classifica generale del Quars, in virtù dei risultati eccellenti ottenuti in Economia e lavoro, Diritti e cittadinanza e Partecipazione e alla buona prestazione nella dimensione Ambiente. Una regione quindi sostanzialmente ricca, attenta al territorio e alla qualità sociale (buona parte della popolazione è fatta di “cittadinanza attiva”, impegnata in organizzazioni della società civile), dove anche l’indicatore relativo a Istruzione e cultura è migliorato e continua a collocarsi al di sopra della media delle regioni.
Al secondo posto si posiziona l’Emilia-Romagna, con risultati superiori alla media per tutti i macroindicatori, eccezion fatta per quello relativo all’Ambiente, perfettamente in linea con essa. Segue l’Umbria, che passa dal sesto al terzo posto primeggiando nelle pari opportunità e ottenendo ottimi risultati nella dimensione Istruzione e cultura. Troviamo poi a pari merito Valle d’Aosta e Toscana: la Toscana perde una posizione rispetto allo scorso anno, confermando buoni risultati nelle pari opportunità (sempre relativamente al contesto italiano) e nella dimensione economica, e mostrando una buona performance anche in termini di qualità ambientale, Istruzione e cultura.
La Valle d’Aosta riconferma invece valori fra i più alti della penisola in Ambiente e Pari opportunità, ma non continua il percorso di miglioramento nella dimensione dei Diritti evidenziato l’anno scorso perdendo cinque posizioni; peggiorano inoltre i suoi risultati nell’indice relativo alla Salute e ottiene, anche quest’anno, uno dei peggiori risultati in Istruzione e cultura.
Seguono poi il Friuli Venezia Giulia, regione che perde una posizione rispetto allo scorso anno presentando valori negativi nell’attenzione alle pari opportunità, il Veneto, le Marche e la Lombardia.
Tra queste, il Veneto guadagna una posizione, collocandosi molto bene negli indicatori relativi a Economia e lavoro, Salute e Partecipazione ma attestandosi a un livello al di sotto della media in Istruzione e cultura. Le Marche occupano l’ottava posizione, peggiorando la propria performance, mentre la Lombardia mantiene la posizione dell’anno scorso nella classifica Quars ma migliora i suoi risultati soprattutto nella dimensione Diritti e cittadinanza dove, rispetto alla criticità evidenziata lo scorso anno, ottiene un punteggio di poco superiore alla media nazionale e conferma le buone performance nelle dimensioni Partecipazione e Salute. Questa regione continua però a presentare una scarsa qualità ambientale, anche a causa dell’alta densità e dell’elevato utilizzo di fertilizzanti in agricoltura.
Il caso del Piemonte, che segue nella graduatoria, è particolare: questa regione mantiene la stessa posizione rispetto all’anno scorso, mostrando risultati non eccellenti, ma comunque positivi in tutte le dimensioni. La Liguria è la penultima a ottenere un Quars positivo: anche in questo caso le performance negative sono attribuibili alla componente ambientale, mentre Diritti e cittadinanza è la dimensione in cui ottiene il miglior piazzamento, peggiorando però di molto la propria performance nel macroindicatore Salute rispetto al 2010.
Il Lazio si colloca in dodicesima posizione, recuperando la posizione persa l’anno scorso e ottenendo un punteggio complessivo lievemente al di sopra della media nazionale. Ancora una volta ottiene il primo posto in Istruzione e cultura, ma continua a soffrire molte debolezze nelle dimensioni Ambiente, Diritti e cittadinanza, Economia e lavoro e Salute.
Apre la parte negativa della classifica l’Abruzzo, con un risultato prossimo allo zero ma complessivamente peggiorato rispetto all’anno passato dato il crescente numero di dimensioni in cui questa regione ottiene un punteggio negativo. Molise, Sardegna e Basilicata seguono in classifica mostrando una performance simile, che presenta risultati in prevalenza negativi o prossimi alla media nonostante qualche eccezione positiva, come nel caso del Molise che ottiene valori soddisfacenti relativamente a Istruzione e cultura e Diritti e cittadinanza. Il cluster di regioni che segue e chiude la classifica del Quars ribadisce quanto sia necessario intervenire nei territori del Mezzogiorno per migliorare il livello di benessere e sostenibilità. Le restanti regioni Puglia, Calabria, Sicilia e Campania presentano valori al di sotto o prossime alla media in tutte le dimensioni del Quars, risultato che ormai si conferma da tempo, andando così a occupare, nell’ordine stesso in cui le abbiamo presentate, le ultime quattro posizioni dell’indice. Sui 41 indicatori utilizzati per la costruzione del Quars 2011 sono pochissimi i casi in cui queste regioni mostrano delle performance positive nel panorama italiano.

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